Se la denuncia è un momento indispensabile, questa da sola non può bastare. La difficoltà vera è quella di provare a costruire una proposta credibile e spendibile nelle nostre comunità.

Il Vallo di lauro, nei giorni scorsi, è ritornato nel mirino. La criminalità organizzata ha alzato il tiro, attentando all’auto di un testimone di un processo di camorra. Lo stato, per mano delle forze dell’ordine, ha subito fatto sentire la sua presenza, fino a disporre unità di supporto per un controllo più efficiente del territorio.

Il boato di quell’attentato è stato avvertito anche presso il maglificio di Quindici, dove, in quei giorni, si stava svolgendo la prima settimana di campi E!state Liberi.

Volendo riprendere le parole, che il Procuratore Rosario Cantelmo, ha rivolto ai partecipanti del campo, l’attività repressiva dello stato, seppur fondamentale, non basta. E non basta perché interviene in una fase già patologica. Quella che manca è la narrazione che precede tutto questo. Una narrazione che non si può certo costruire come “navigatori solitari”. La riflessione di queste giornate, che ha coinvolto non solo Libera, ma i membri della cooperativa che ogni giorno mettono piede al maglificio e il parroco di Quindici, ha fatto emergere diverse e complesse considerazioni.

In primo luogo, la presenza di un bene confiscato alla camorra, non può essere considerata solo sotto il profilo squisitamente imprenditoriale. L’esperienza dei beni confiscati e riutilizzati in Italia, come anche dimostra una ricerca che Libera ha condotto sui soggetti gestori di questi beni, ci consegna un dato che su tutti dovrebbe farci riflettere. Da queste esperienze nascono delle relazioni che risultano essere assolutamente centrali in quel processo di inversione di rotta che si prova ad innescare nelle comunità e sui territori che hanno vissuto e vivono il peso delle mafie. Relazioni non solo di carattere personale, ma di rete tout court: tra associazioni locali e provinciali, istituzioni, comunità ecclesiali. Questo meccanismo virtuoso, che poi è quello, ma non il solo, che consente di vivere un bene confiscato come patrimonio dello stato, a Quindici vacilla. E questa è una considerazione con cui tutti noi dobbiamo fare i conti, perché non possono più bastarci le dichiarazioni, da parte di tanti, di antimafia. La vera sfida è quella di provare effettivamente a stare insieme, ciascuno per la propria parte e con le proprie peculiarità, per costruire un percorso che sia quanto più possibile corale.

In secondo luogo, accanto a questa considerazione, viene fuori il tema, che fino ad ora è risultato emergere in maniera forte, in queste giornate, quello delle povertà educative. Sembra scontato, ma non lo è, il fatto che i nostri occhi, e quelli di domani, siano quelli dei tanti bambini e giovani che abitano le nostre comunità. È probabilmente da qui che dobbiamo ripartire per invertire il paradigma. Ma dobbiamo farlo attraverso vari livelli. In primo luogo affiancare le comunità scolastiche, che vivono oggi, un momento di forte difficoltà. La scuola è, accanto alle famiglia, il punto di riferimento più importante per la crescita dei ragazzi e deve, in tal senso, riappropriarsi, di quella capacità educativa forte. Accanto a questo è necessario che anche le diocesi facciano la loro parte, provando a dare quel morso in più e mostrando, ancor più di quanto già non facciano, di essere comunità. E non da ultimo, chiedere, anche a realtà di rilevanza internazionale come “Save the Children” di abbracciare questo bisogno forte e di accompagnarci in questo cammino.

Forse, al silenzio, anche contestato, di queste giornate, bisognerebbe provare a rispondere con una presenza forte